martedì 10 gennaio 2012

Questione d'identità


Consulto il dizionario on-line del Corriere e leggo:
identità
[i-den-ti-tà] s.f. inv.


• 1 Coincidenza di elementi, assoluta uguaglianza: l'i. di due immagini || principio d'i., quello espresso in logica dalla proposizione A è A
• 2 mat. Uguaglianza che sussiste tra due espressioni qualunque sia il valore delle variabili che in esse compaiono
• 3 fig. Complesso di caratteri che distinguono una persona o una cosa da tutte le altre: controllare l'i. di qlcu.; carta d'i.; anche, semplicemente, nominativo di una persona: comunicare l'i. di un arrestato || attestazione d'i., documento di riconoscimento che viene rilasciato ai minori di 15 anni
• 4 estens. Consapevolezza di sé come individuo || crisi d'i., percezione contraddittoria della propria personalità

Il relativismo non ha mai fatto parte del mio bagaglio personale, è un’imposizione kantiana del mio essere: io sono, esiste un bene e un male, esiste il giusto e lo sbagliato, una cosa non può essere la sua contraddizione et cetera… Su questo c’è poco da essere quadrati o (peggio!) flessibili, il cielo è azzurro e il prato è verde, la scusa del daltonico è un delirio. Eppure la questione dell’identità non mi convince, l’eterna lotta dell’ego contro la sua nemesi non ha mai cessato di sussistere, siamo noi che spesso la ignoriamo. Allora l’identità è questa? O meglio – è anche questa? La terza definizione del dizionario è interessante -complesso di caratteri che distinguono una persona o una cosa da tutte le altre- eppure drammaticamente incompleta. Credo che l’uomo sia in sostanza una coperta piena di toppe. Una coperta con strappi e voragini che ci procuriamo, che ci facciamo procurare e che ci procurano senza il nostro consenso, e tutto ciò che l’individuo può fare è mettersi seduto con la coperta in mano e ricucire, ricucire…
Non è mio interesse oggi trattare delle motivazioni che spingono a ricucire, né delle conseguenze che tutto questo rattoppare comporta. Ciò che mi preme è osservare la coperta. Ha un’identità? Se quelle toppe appartenessero ad altre coperte? Se non si fa in tempo ad osservare una ricucitura che subito un altro strappo e un’altra toppa ne prendono il posto? Supponiamo che, alla fine, della coperta non sia rimasto altro che un misero brandello sommerso di filo e tessuto estraneo. In questo caso dove risiederebbe la sua identità? Nelle macerie del suo passato o nelle toppe del presente? Dopo aver usato una coperta, essa si consuma e a lungo andare diventa uno straccio. L’Uomo può diventare uno straccio? Oppure il suo essere straccio è giustificato dalla propria identità? Sempre straccio rimane…
Ho reticenza a parlare in questi termini per paura di sembrare della scuola pirandelliana, ma in fondo Pirandello non aveva tutti i torti. E quando Serafino Gubbio si è fuso con la macchina, dov’è finita la sua identità? Quando la toppa diventa più grossa della coperta che cosa viene fuori se non uno straccio?
Questo è un post aperto, un appello alla popolazione globale a rispondere a questa terribile domanda che mi ronza in testa da un po’: è appurato che io sono, ma… chi sono io?

giovedì 24 novembre 2011

Attraverso lo specchio

"Ciò che noi siamo ora, lo diventerete voi domani."
L'eterno ritorno del sempre uguale.
La storia è un continuo ripetersi di evoluzioni "reazionarie", un incessante meccanismo della fragile e limitata mente umana. Siamo liberi in misura tendenzialmente illimitata, ma nel momento della scelta, nel momento in cui pulsioni, etica, istinto di autoconservazione si scontrano e si incontrano, generiamo il Prevedibile.

Perchè l'Uomo è prevedibile?
Perchè il Male è prevedibile.
Perchè il Male è prevedibile?
Perchè l'Uomo gli lascia campo libero.
Perchè l'Uomo gli lascia campo libero?
Perchè per l'Uomo è comodo sentirsi debole.
Perchè per l'Uomo è comodo sentirsi debole?
Perchè all'Uomo piace sentirsi debole.
Perchè all'Uomo piace sentirsi debole?
Perchè quando capita che lui sia forte ha il doppio della stima di sè.
Perché ha il doppio della stima di sè?
Perché l'Uomo è megalomane.
Perchè l'Uomo è megalomane?
Perchè in fondo sa di essere una creatura fragile.
In che modo sa di essere fragile?
Perchè conosce i suoi limiti.
Come fa a conoscere i suoi limiti?
Perchè il Male è prevedibile.
Cosa c'entra questo?
Se l'Uomo fosse debole, si lascerebbe vincere dalla categoria del Male anche se questa fosse solo un'invenzione. Perchè l'Uomo ha bisogno di conferme e di sentirsi forte quando gli è più comodo, tutte le altre volte inventa; perchè l'uomo è megalomane ma è anche opportunista: gli sono state donate Mente e Creatività e le sfrutta per inventare scuse e per giustificarsi. Si nasconde per scappare dall'unico vero male che lo affligge: la Pigrizia.

Per questo l'Uomo è una creatura prevedibile: perchè la sua Pigrizia lascia campo libero alle sue giustificazioni.
In ogni fede c'è il male, in ogni ateo c'è la Fatalità. Ognuno è pronto ad inventarsi la propria scusa e a deificarla.

Esercizio per casa: riprendi una persona per uno sbaglio che ha commesso e studia la sua reazione.
Si prevedono tre possibili risposte:
1. "No, aspetta. Non è colpa mia... Adesso ti spiego, le cose stanno in maniera diversa..." {questo particolare soggetto utilizzerà parole ed espedienti per circa venti minuti, ubriacandosi delle sue stesse scuse, finchè lui stesso risulterà più convinto di voi delle sue boiate};
2. "Però anche tu sei anni fà..." {altro soggetto molto comune, al momento della resa dei conti rinfaccerà uno sbaglio fatto dall'interlocutore o da qualche altro conoscente. Bisogna stare molto attenti a queste persone perchè potrebbero avvalersi anche di casi citati su qualche tavoletta in lineare b pur di trovare qualcuno che ha agito esattamente come lui... Mal comune mezza gaudio!};
3. "ma che dici?!..." {di solito il discorso della terza tipologia esordirà in questo modo, per poi buttarla definitivamente in caciara. Consiglio vivamente di abbandonare la frequentazione di questo tipo di soggetto. }

Il fatto che il 99,3% delle persone intervistate si possa catalogare in una di queste tre categorie spinge l'autrice dell'articolo a far riflettere i lettori. La società di oggi può considerarsi un caso clinico di massa. Il ricovero ospedaliero e la lavanda mentale è di assoluta priorità. Gente prendete in mano la vostra vita, ammettete i vostri errori con umiltà e promettetevi di ricominciare sempre meglio e sempre più volenterosi. Ci saranno più cadute in questo modo, molte più delusioni. Ma alla fine avrete la soddisfazione di non esservi lasciati vivere.

lunedì 21 novembre 2011

Il Nuovo Profeta

Il mio lavoro consiste nell’assicurarmi che tutto proceda bene. Sono il diplomatico della città. Ormai sono giorni che il nostro regno è in subbuglio, il cibo scarseggia e la nostra divinità protettrice diminuisce di giorno in giorno le sue visite. Per questo motivo l’assemblea popolare si riunisce oggi a ovest. Sto correndo, vedo i miei compagni riuniti intorno ad un tronco.
«Io credo che la divinità sia scontenta di noi. » Quello che parla è Tirlanogh, un tipo grosso, arrogante. «Diminuisce le messi perché vuole che solo i migliori di noi sopravvivano.»
«Che cosa stai dicendo Tirlanogh?» Ecco che si fa spazio Sephi, un caro amico, una guida per tutta la comunità «Dio è buono, il motivo per cui scarseggia il cibo sarà sicuramente un altro.»
«E come le spieghi le sue continue assenze, Sephi?» il tono di Tirlanogh è sprezzante, tutti rimangono in silenzio a fissare Sephi.
«Forse vorrebbe che imparassimo a cavarcela da soli!» Nessuno può concepire una risposta simile.
«In che modo? Le nostre terre sono improduttive, ovunque ci sono solo sabbia e sassi!» La voce stridula di Marion, la più bella fra tutte, irrompe nella discussione «Sicuramente Dio è scontento di noi perché non gli concediamo abbastanza attenzioni. Tutto quello che riusciamo a fare è correre da Lui quando viene a distribuire da mangiare, ci ingozziamo e poi tutto torna come prima, aspettando una nuova ora in cui tornerà. Devozione, io dico, è quello che serve per farlo tornare. Nessuno è più pronto a sacrificare la propria vita per Lui … »
«Dio non vuole sacrifici. » Sephi scuote la testa.
«Tu cosa ne sai?» risponde acidamente Marion, parandosi di fronte al suo viso.
Tirlanogh si fa avanti una seconda volta spintonando gli altri con prepotenza «Sia così, – dice – questa sera sacrificheremo al dio uno di noi. Domani vedremo cosa succederà … »
Mi vorrei opporre ma vedo che i cittadini sono d’accordo con le parole di Marion e quelle di Tirlanogh, Sephi mi guarda disperato e io non posso far altro che ricambiare lo sguardo con altrettanta preoccupazione.
«Chi sceglieremo per il sacrificio?» Stavolta non si capisce chi abbia parlato. La voce proviene dalle nostre spalle, dove si trova il mucchio di presenti. A parlare è di nuovo Tirlanogh.
«C’è quella pazza visionaria che abita verso il confine. Lei non si è mai votata al Dio, ed Egli sarà sicuramente contento se la sacrificheremo per venerarlo.»
«Si, esatto!» Incalzava l’invasata Marion «E’ una strega! Già più volte sono morti alcuni di noi vicino alla sua casa, ma siamo sempre stati troppo deboli per reagire » Lo sguardo adesso è puntato proprio su di me. Più volte Marion e Tirlanogh hanno provato a liberarsi di Jaslin, la vecchia che abita ai confini della nostra città, molti la temono perché quando arrivammo qui lei faceva parte della vecchia comunità, tutti i suoi amici e confratelli sono morti nel tempo, ma lei ha continuato a vivere. Lentamente si è isolata da noi, è andata a vivere lontano. In città gira voce che abbia maledetto l’antica popolazione, barattando la loro morte con la sua eterna sopravvivenza.
Voci di assenso popolano l’assemblea. Ormai è troppo tardi: gli abitanti hanno deciso per il sacrificio di Jaslin.
«Procederemo quando calerà l’oscurità. Adesso andate!»
In pochi secondi tutti si disperdono, Sephi si avvicina.
«Passa da me tra poco, dobbiamo parlare.»
«All’inizio era semplice. Al momento della Creazione il Dio ci accompagnava durante il giorno, stava con noi, ci nutriva e presiedeva alla nostra vita dall’alto. Adesso è tutto così diverso, le sue apparizioni sono poche, discontinue, brevi. Credo che abbia perso la fiducia in noi. Ha visto cosa siamo diventati e non ci vuole più. Parassiti che lo sfruttano solo per il cibo, ecco cosa pensa di noi!»
Non ho mai visto Sephi così depresso, non lo riconosco più. E’ sempre stato il più devoto, quello che alla venuta del Dio non aveva mai paura, ma anzi gli stava vicino, lo contemplava con gioia e adorazione, adesso sembra smarrito, impaurito.
«Ma prima hai detto che forse vuole solo che riusciamo a cavarcela da soli… » provo a consolarlo nonostante sembri un’impresa impossibile.
«Non so quanto credere alle mie parole. Marion infondo ha ragione, come potremmo cavarcela da soli in questa terra così arida?»
«Per esempio mettendo da parte le provviste, offrendo parte delle nostre scorte a chi ne ha più bisogno…»
«Nessuno sarebbe disposto. Ormai siamo diventati così egoisti, viviamo alla giornata e sulle spalle di Dio.» E’ come se riuscissi a sentire i suoi pensieri, sono così malinconici.
Di colpo scende l’oscurità sul nostro mondo, guardo in alto e la luce ha lasciato il trono alla tenebra.
«E’ il momento…» Guardo di sfuggita Sephi, è affranto.
«Il nostro mondo sta cambiando, Balin, e noi verremo travolti.»
Jaslin è ferma lì, in un angolo. Penso abbia capito. Ci siamo incontrati e poi insieme siamo andati da Jaslin. Adesso guarda incuriosita Tirlanogh e due suoi compagni avvicinarsi a lei. Mentre loro avanzano, lei indietreggia. La stringono in un angolo. Non vorrei guardare ma non posso allontanarmi, siamo un branco, e un branco non si divide. Tirlanogh la colpisce, lei tenta di scappare ma altri si staccano dal gruppo e le bloccano ogni via di uscita. Tirlanogh la colpisce ancora, poi viene il turno dei suoi amici. Nella testa dei presenti balenano delle immagini: la carestia, la scomparsa del dio, la morte per tutti.
«E’ colpa sua!» grida un’altra voce nel gruppo. Come in una frenesia comune tutti si avventano su di lei, strattonandola, picchiandola, strappandole pezzi di carne. Il delirio. Gli unici che non si muovono siamo io, Sephi e qualcun altro che sembra non aver perso il senno. Osserviamo la scena inebetiti, senza riuscire a muovere una sola parte di noi. Lo sguardo fisso sul cadavere di Jaslin.
«Spero solo che Dio si accontenterà, altrimenti i prossimi saremo noi.» Le parole di Sephi mi fanno tremare.
Il corpo di Jaslin con la luce del giorno è scomparso. Il dio se l’è ripresa. Lo fa sempre quando muore uno di noi. Siamo tutti in attesa del Suo responso. Tutti si aspettano che Tornerà, che ricomincerà a stare con noi come un tempo, eppure il giorno è passato e le razioni non aumentano. E’ arrivato, ma la sua apparizione è stata sfuggevole come le altre volte, nulla sembra essere cambiato. In città si respira una brutta aria, tutti sono in attesa, nessuno sa bene di che cosa, ma Tirlanogh e Marion sono sempre più frenetici. Si incontrano spesso con altri, si ritirano presso il confine a parlare. Passano un paio di giorni, Tirlanogh sveglia tutti ordinandoci di seguirlo in assemblea, a quanto pare ha qualcosa da dire alla comunità.
«Stamane ho avuto una rivelazione» Le parole sono lente, pesate una ad una. «Ero al confine, cercando qualcosa da mangiare, l’oscurità stendeva ancora il suo mantello sul nostro regno. Sono stato raggiunto da alcuni dei nostri illustri cittadini» disse indicando Marion e altri di noi, alcuni rispettabili popolani, altri poco raccomandabili «e mentre perlustravamo la terra è apparsa la luce. Questa volta però davanti a noi non è apparso il nostro dio. L’oscurità è stata scacciata da Qualcun Altro.» Si ferma, lascia che le sue dichiarazioni giungano per intero alle orecchie dell’uditorio. Un brusio comincia a diffondersi.
«Che cosa intendi dire con queste parole?» Stavolta sono io che mi faccio avanti, Sephi mi sostiene con lo sguardo.
«Che il vecchio dio è morto.» Silenzio. I cittadini rimangono muti. «Quello che si è mostrato oggi è diverso, è un nuovo dio.»
«Si, è vero!» Marion conquista la scena «L’ho visto anche io. E’ arrivato, ci ha guardato. E’ rimasto con noi, ci ha nutrito e …»
«E ha indicato con il suo dito Tirlanogh!» Tagor, il migliore amico di Tirlanogh, conclude la frase di Marion. La città scoppia in un moto di sorpresa, guardano Sephi, il preferito dell’antico dio.
«Non è possibile …» tento di rispondere nonostante le parole mi muoiano in gola per la paura e lo sgomento.
«Ti dico di sì!» Ancora la voce stridula di Marion «Se non credete, vedete voi stessi.» Ci portano verso il confine, dove troviamo in terra moltissimo cibo. Rimango accanto a Sephi, mentre lui muovendosi passa attraverso la sabbia e scruta le messi. Rimane in silenzio.
«La nuova divinità deve aver ucciso il vostro antico dio» urla Tagor «Adesso è Lui quello che dobbiamo servire e riverire. Sicuramente avrà ascoltato le parole di Tirlanogh l’altro giorno e avrà ammirato il sacrificio di Jaslin. E adesso ha deciso di fare di Tirlanogh il suo nuovo profeta! Altrimenti perché l’avrebbe indicato?»
L’assemblea non parla. Soppesa le parole di Tagor e guarda il cibo in abbondanza disteso sul letto del terreno. Le parole di Sephi si stanno concretizzando, sento una sensazione simile all’angoscia attanagliarmi lo stomaco. Cosa succederà ora? Mi avvicino al mio amico e compagno. Qualunque cosa succeda non lo lascerò da solo.
«Il nuovo Dio ha deciso: Tirlanogh è il suo profeta. Chiunque voglia essere salvo deve schierarsi con noi.»
«Marion e Tagor hanno ragione. Guardate quanto cibo!»
«E’ vero, ha ragione!»
«Sì, è come dicono loro!»
Tirlanogh annuisce, il popolo gli da ragione, nessuno vuole morire di fame e lui ha la benedizione del nuovo dio.
Il dì seguente al nostro risveglio troviamo ancora cibo e subito dopo Tirlanogh si fa spazio tra la folla. «Stanotte il dio è venuto a trovarmi nel sonno. Mi ha parlato e ha detto che non è soddisfatto della nostra condotta, viviamo senza la sua presenza, aspettando solo che riempia le nostre bocche affamate. Vuole di più …»
«Che cosa vuole, venerabile Tirlanogh?» dice Carol, un’amica di Marion.
Alla parola venerabile reprimo una risata, l’ultima cosa che voglio è attirare su di me l’ira del nuovo profeta.
«E’ scontento che ci siano ancora i seguaci del vecchio dio, quello che lui ha ucciso con la sua potenza. Vuole che i sostenitori dell’Antico siano sacrificati.»
Tutti si voltano istintivamente verso Sephi, era lui ad essere considerato il profeta del vecchio dio. Sephi non si muove, rimane immobile come un colosso di pietra. Attende la sua sorte senza paura.
«Aspettate!» Non posso più rimanere in silenzio «Sephi ha fatto così tanto per noi: ha diviso il suo cibo, ha aiutato quelli di noi più indifesi …»
«Vuoi forse contraddire la volontà del nuovo dio?!»
«Non siamo nemmeno sicuri che questo dio esista veramente …»
Tirlanogh sbarrò gli occhi «Come osi? Parlando in questo modo attirerai la sua ira! Il vecchio Sephi deve essere ucciso per il bene di tutti.»
«Ma …»
«Balin, taci.» Sephi si para dinnanzi a me «Se la città ha deciso così, non mi sottrarrò alla sua condanna.» Nessuno osa guardarlo, nessuno tranne Tirlanogh, Marion e i seguaci del nuovo dio. In blocco scortano Sephi lontano da noi, lo uccidono come hanno fatto con Jaslin, con la stessa crudeltà. Lo lasciano lì, ciondoloni, con la bocca aperta e gli occhi fissi verso l’alto. E’ troppo per me.
Più passano i giorni e più le pretese del gruppo di Tirlanogh diventano esigenti. Provano a convertirci e se non ci riescono, prima ci isolano e poi ci sacrificano per il nuovo dio. Molti di noi si sono rifiutati di passare dalla sua parte, ma cominciamo a scarseggiare. Sentiamo il bisogno di fare qualcosa ed è per questo che decidiamo di incontrarci e organizzare una resistenza.
«Dobbiamo assolutamente fare qualcosa!» Ora che Sephi è morto, l’anziana della città è Wareg, una vecchia saggia amica del vero profeta.
«Scatenare una guerra non mi sembra la cosa più appropriata.»
«Che altro fare, Balin? Lasciare che ci uccidano uno per uno?!»
Non rispondo, non ho una risposta. Il corso degli eventi ha preso una piega troppo spiacevole per me.
«Anche se sono in molti dobbiamo attaccarli, cercare di resistere. Solo con loro tolti di mezzo, potremo tornare alla vita di prima.»
E’ vero, non c’è altro modo, ma la violenza non è mai stata una mia preferenza. Osservo gli altri, sembrano tutti d’accordo, come al solito. Nessuno qui ha lo stesso coraggio di Sephi, nessuno qui ha la sua fede, nessuno qui ha voglia di farsi martirizzare, nessuno.
«Attaccheremo di notte.»
«Sorprenderli nel sonno mi sembra piuttosto vile come modo di agire»
«Anche uccidere per un dio»
Wareg ha sempre la risposta pronta.
E’ notte, aspetto i miei compagni. Guardo l’orizzonte e ancora non mi capacito di ciò che sta succedendo. In pochi giorni le nostre vite sono precipitate in un abisso di violenza, persecuzioni, omicidi. Per via di cosa? Una divinità. Sarà davvero contento il dio? Quello vecchio o quello nuovo? E se fosse lo stesso ma con un aspetto diverso? Davvero è così felice di vederci massacrare a vicenda? Io non credo. Siamo stati portati qui da lui, ci ha nutriti, è stato con noi. Ci ha donato dei nomi e ha riempito la nostra terra di cibo. Adesso perché questo? E’ stanco della nostra condotta? Perché ha fatto uccidere Sephi? Avrebbe potuto fermare Tirlanogh e gli altri mentre massacravano Jaslin, eppure non ha fatto nulla. Comincio a dubitare della sua esistenza, ma è impossibile che non esista, io l’ho visto. Sephi passava molto tempo con lui. Non finisco la catena dei miei pensieri con una risposta concreta, Wareg è arrivata e con lei gli ultimi di noi sopravvissuti.
Arriviamo da Tirlanogh in quello che per me sembra un attimo. Cominciamo la battaglia, molti di noi muoiono sopraffati dalle forze dei nostri nemici. Riusciamo anche noi ad ucciderne alcuni, forse due o tre, ma non sembrano voler cedere. Marion si stacca dalla folla e strilla «Wareg è morta, prendete Balin adesso!»
Vedo un’orda gettarsi nella mia direzione, non riesco a resistere. Mi volgo in fuga più velocemente possibile ma riescono a sbarrarmi la strada. Sono in trappola. Sephi, questo è per te amico mio, spero di raggiungerti dovunque tu sia. Do un ultimo sguardo alla luce sopra di me, finchè tutto non diventa scuro.


***


La porta squillò più volte, il suono parve comporre una melodia. Carolina si lanciò attraverso il corridoio, sorridendo.
«Eccomi!!!» Spalancò l’uscio.
Alessandro comparve con le valigie in mano, lei gli si tuffò al collo.
«Ciao! Com’è andato il viaggio?»
«Benone, fammi entrare ché sono stanco morto!»
Entrò, lasciando i bagagli in corridoio, e si diresse in cucina.
«Sto morendo di fame» Levandosi la giacca diede un’occhiata in giro. Sembrava che tutto fosse come l’aveva lasciato. «Ho fatto moltissime foto, dopo le scarico sul pc e te le faccio vedere.»
«Mh-mh» disse Carolina con una fetta biscottata in bocca. Alessandro la imitò mangiandone una anche lui.
«Allora, hai distrutto casa in mia assenza?» Piegò le labbra in un sorriso beffardo. Carolina tirò fuori la lingua, trasformando la sua espressione in una smorfia.
«Che simpatico! No, è tutto in perfetto ordine. L’unica cosa…» Rimase in silenzio tamburellando le dita sul tavolo.
«L’unica cosa…» Incalzò lui osservandola.
«I tuoi pesci sono quasi tutti morti!» Alessandro sgranò gli occhi. «Non so bene cosa gli sia preso, hanno cominciato a morire prima uno alla volta, poi ieri mattina quando mi sono alzata ne ho trovati stecchiti almeno sei. Ne sono rimasti solo tre. Forse gli ho dato troppo da mangiare…»
Alessandro rimase basito. Non era mai successo, ma infondo erano solo pesci rossi perciò alzò le spalle e finì di mangiare la fetta biscottata.
«Ne compreremo altri.»

domenica 20 novembre 2011

Un Cicerone moderno: tattiche politiche dall’antica Roma ad oggi

Per i più è un personaggio sconosciuto, per alcuni studiosi è un’invenzione tardoantica, per altri Quinto Tullio Cicerone è una realtà che con le sue opere aleggia nel presente della politica mondiale. A lui si deve la stesura del Commentariolum petitionis o Manuale di campagna elettorale. Ci troviamo nel 63 a.C. e il candidato al consolato Marco Tullio Cicerone riceve una lettera dal fratello Quinto, nella quale vengono sviscerati tutti i contenuti di un’ottima campagna elettorale. Scrive al riguardo il noto politico italiano Giulio Andreotti: «Quinto s’industria di studiare e mettere in atto ogni iniziativa utile a rovesciare la sfavorevole situazione di partenza, suggerendo al candidato tutta una serie di comportamenti a suo giudizio idonei a garantirgli la simpatia e il consenso degli elettori [...] Il contesto, com’è ovvio, è profondamente diverso da quello di oggi. [...]Ma le tecniche di conquista del consenso appaiono per molti aspetti sorprendentemente simili a quelle anche oggi praticate per guadagnarsi la fiducia e la simpatia del corpo elettorale».
Già all’inizio dell’epistola Quinto sottolinea l’importanza dell’arte di cui suo fratello Marco è il massimo detentore: la retorica. «L’eloquenza è stata sempre tenuta in grandissimo conto; non si può giudicare indegno del consolato chi è ritenuto degno patrono di uomini consolari. Perciò, considerato che muovi da questa gloria e, tutto quello che sei, tu lo devi all’eloquenza, presentati a parlare con una preparazione tale, come se in ogni causa si debba esprimere un giudizio complessivo sul tuo talento».
Uno degli impegni più grandi, poi, è concentrarsi sull’intero elettorato. Dei singoli elettori bisognerà conoscerne il nome – la politica antica è anche soprannominata dagli studiosi “democrazia del face to face” -, sarà necessario frequentarli, fargli promesse: «Gli uomini infatti non desiderano soltanto ricever promesse, soprattutto quando si rivolgono a un candidato; vogliono anche che siano promesse generose e formulate in termini onorevoli». Ma non è consigliabile rifiutare una richiesta, in questo caso – dice Quinto a Marco - «ciò che non puoi fare, rifiutalo in modo cortese, o addirittura non rifiutarlo; la prima è comunque la caratteristica di un uomo onesto, la seconda di un buon candidato». L’importante è sempre e comunque il modo di porsi, l’atteggiamento, l’ars oratoria; infatti Quinto prosegue: «ho sentito uno narrare, a proposito di certi oratori ai quali voleva affidare la sua causa, che il discorso di chi gli aveva rifiutato il patrocinio gli era riuscito più gradevole del discorso di chi se l’era assunto: a tal punto gli uomini si lasciano attrarre più dall’atteggiamento e dai discorsi che dalla realtà dello stesso beneficio». Altro passo importante durante la campagna elettorale è quello di assicurarsi il sostegno di coloro che sono in grado di controllare e orientare il voto delle masse: «occupati dell’intera città, di tutti i collegi, dei distretti, dei quartieri; se ti saprai procurare l’amicizia dei loro principali rappresentanti, grazie ad essi potrai conquistarti agevolmente la massa». Fondamentale è, inoltre, l’appoggio degli amici; dove per amicitia si intende qualsiasi dimostrazione di consenso, anche proveniente da persone che, fuori dalla sfera politica, sarebbero poco affidabili. Fondamentale in questo senso è il ruolo che gioca la gratia, cioè l’obbligo di gratitudine verso il candidato, che dovrebbe spingere i beneficati ad appoggiare e ad aiutare l’elezione al consolato del candidato («procura di tenerli a te legati ricordando, pregando, facendo capire in ogni modo a quanti ti debbono riconoscenza che non avranno alcun’altra occasione di provartela» e ancora «da benefici di minimo valore gli uomini sono spinti a ritenere che esistano motivi sufficienti per favorire un candidato»). Quinto ci tiene a sottolineare che «tu puoi in piena onestà – ciò che non ti sarebbe consentitonel resto della vita – ammettere alla tua amicizia tutti quelli che vuoi, mentre se in altre circostanze cercassi di farteli amici, parresti agire dissennatamente; se invece non lo facessi con molti, e scrupolosamente, in una campagna elettorale, non sembreresti affatto un candidato».
Ciò che sembra anche molto attuale, è la tattica con cui va condotta la campagna contro gli avversari, tutto ruota intorno alla denigrazione: «procura che, se in qualche modo è possibile, sorga anche nei confronti dei tuoi avversari un sospetto, appropriato al loro comportamento, o di colpa o di lussuria o di sperpero». Saltano subito all’occhio riferimenti a fatti e politici d’oggi, che riempiono interi servizi sui giornali e alle tv – l’eterno ritorno dell’uguale commenterebbe malinconicamente Nietzsche. Ma non è finita (!), Quinto sente il bisogno di ribadire a Marco Tullio un altro espediente molto utile per combattere gli avversari politici: «suscitare negli avversari il timore grandissimo di un processo e dei rischi che esso comporta». Incredibile ma vero, il cerchio si chiude. Nel 63 a.C., quando ancora Cesare progettava la sua ascesa, le tecniche politiche, i problemi, gli espedienti, sono quantitativamente e metodologicamente diversi, ma qualitativamente identici a ciò che la politica (credendosi evoluta e perfezionata) offre ben ventuno secoli dopo. Andreotti, commentando il testo, forse con un sorriso appena accennato sul volto, cita l’Ecclesiaste con il suo nihil novi sub sole Romae! In tutta la sua franchezza, il Commentariolum petitionis offre molti spunti di riflessione sul passato e sul presente, sulla politica del tempo e su quella contemporanea e sulle modalità di svolgimento di un’organizzata e spregiudicata campagna elettorale.


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Per le citazioni cfr. Quinto Tullio Cicerone, Manualetto di campagna elettorale, ed. Salerno, 2006

sabato 5 novembre 2011

Il nuovo spettro dell'Europa


Forse solo in paradiso l'umanità vivrà per il presente, finora è sempre vissuta d'avvenire.

Anton Čechov
Uno spettro si aggira per l’Europa: è lo spettro dell’Umanità. Un’Umanità in cui i valori si possono trovare tra le suole delle scarpe, tra lo sterco e la polvere. Non è la lamentela di un anziano, ma un grido di aiuto di una ragazza di vent'anni. Alcuni storici negano la globalizzazione contemporanea, dicono che la vera globalizzazione c’era nel medioevo, dove il contadino, il nobile, l’intellettuale, avevano in ogni dove lo stesso stile di vita. Adesso mi trovo in disaccordo con questa visione e affermo che sì, la globalizzazione esiste adesso, e sapete dove si trova? Davanti alla tv, in internet, per le strade. Uno stile di vita sempre più piatto, che ricalca in toto la visione di una razza umana sempre più sottile, quasi effimera, che tenta di aggrapparsi ai piccoli piaceri della vita per giustificare la propria presenza su questa Terra. Ognuno si scava la propria nicchietta e ci si sotterra: la fashionista scioglie la propria intelligenza tra borse e scarpe, il nerd si frigge il cervello sul forum di qualche land fantasy, il truzzo davanti ai giochi dei social network...  Tutti sono pronti a chiudersi nel loro mondo, nel proprio monolocale intellettuale e non permettere al vero mondo di entrare, un mondo sempre più lasciato in balia di se stesso, pronto ad essere rimpiazzato con quello fantastico dei propri sogni. Dov’è la partecipazione emotiva e culturale alle sorti del nostro paese? Si limita solo a condividere qualche link, magari di Brignano sui Black Block, o qualche slogan contro il nucleare e la privatizzazione dell’acqua? Siamo davvero scesi così in basso? Guardando ciò che siamo diventati provo pena per tutti quelle sciocche anime elette che un giorno hanno deciso di sacrificare la loro vita per dare la libertà a questo branco di pecore che adesso si fanno chiamare cittadini. Che intenzione avete? Cosa volete fare della vostra vita? Non basta uscire la sera con i vostri amici, andare nel solito pub e lamentarvi di ciò che l’Italia sta diventando. Non basta chiudersi in un circolo politico e fagocitare il vostro idealismo. Non basta guardare la tv e informarsi. Vi prego italiani, svegliatevi da questo torpore. Smettete di vivere nel vostro mondo, staccate i vostri occhi da internet, dalla tv, dai libri, spegnete le radio, la musica, uscite e AGITE. Partecipate attivamente, cercate di migliorare i servizi, rinnovare le idee. Non sono i politici a condannare l’Italia, siamo noi che con le nostre non-azioni e con l’indifferenza di fronte a questo sfacelo mortifichiamo il nostro paese.